Natura

Il Parco, con i suoi quasi ventimila ettari, racchiude in sé gli ultimi rilievi del Lazio prima del confine con la vicina Campania.

Con vette che superano i 1500 metri di quota a pochi chilometri in linea d’aria dal mare, brulli e dalle pendici quasi completamente spoglie nei versanti meridionali gli Aurunci, sul versante opposto, nascondono gelosamente un inaspettato paesaggio.

La particolare posizione geografica dona a questi luoghi una grande varietà di ambienti che si svelano nelle faggete dei monti Petrella e Faggeto, nelle leccete dei monti Ruazzo e Campone, nella sughereta di Costamezza, nelle praterie della valle di Sciro e dell’altopiano di S. Onofrio.

Ovunque, nelle radure come sulle rupi più esposte del monte S. Angelo, un’inaspettata ricchezza di fiori (1300 le specie censite, una cinquantina le sole orchidee) richiama ormai da qualche anno l’interesse di ricercatori e botanici.

Apparentemente isolati dall’Appennino centrale per la presenza a nord degli insediamenti antropici della Valle del Liri, dal punto di vista floristico, gli Aurunci oggi sono ufficialmente riconosciuti come l’area più interessante del Lazio.

Osservando il paesaggio dalle sue cime, il territorio svela un incessante duello fra il mare, che sembra voler confinare i ripidi e scoscesi monti che prepotentemente discendono sulla costa; più in là, volgendo lo sguardo all’orizzonte, le Isole pontine, il parco del Vesuvio e a ponente il Parco nazionale del Circeo con la pianura pontina.

Romantici negli scenari che si rivelano verso l’azzurra distesa del mare, questi rilievi nascondono ambienti aspri e selvaggi, dove la fauna selvatica schiva si rifugia in cerca di luoghi tranquilli; anche il lupo negli ultimi anni ha fatto silenziosamente ritorno.

Estesa per circa ventimila ettari, l’area protetta interessa il territorio montano di undici Comuni nelle province di Latina e Frosinone, grandi e rumorose città della costa come Formia e Fondi, fanno da contraltare ai piccoli borghi dell’entroterra, ricchi di tradizioni e consuetudini millenarie.

l Parco Naturale dei Monti Aurunci vanta un territorio eterogeneo, compreso in una fascia altimetrica che va dalla pianura a circa 30 metri sul livello del mare fino alla quota di 1535 metri sul livello del mare del Monte Petrella che si erge a poca distanza dalla costa. La catena dei Monti Aurunci possiede un misterioso fascino, segnando la conclusione del più importante sistema montuoso del Preappennino Laziale, di cui fanno parte anche i Monti Lepini e i Monti Ausoni.

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Gli Aurunci hanno la particolarità di essere l’unica catena montuosa laziale ad affacciarsi direttamente sul Mare Tirreno con vette che superano i 1.500 metri.

Il paesaggio dei Monti Aurunci regala scorci di grande suggestione grazie alla molteplicità del paesaggio, un panorama entrato a far parte dell’immaginario collettivo attraverso uno dei capolavori del neorealismo, “La ciociara” firmato da Vittorio De Sica.
Non solo De Sica ha attinto alle scenografie naturali offerte dagli Aurunci, ma anche il regista Giuseppe De Santis e scrittori come Tommaso Landolfi. Dalle cime più elevate della catena montuosa si possono scorgere le isole ponziane, il promontorio del Circeo, la Valle del Liri, i Monti del Matese e i Monti dell’Appennino abruzzese.

Il paesaggio dei Monti Aurunci ha subito una lenta e graduale trasformazione dovuta alle attività antropiche che hanno prodotto opere che hanno modellato il territorio come ad esempio i terrazzamenti e i muri a secco, detti macere, realizzati per la coltivazione di uliveti. La millenaria presenza umana sugli Aurunci è testimoniata ancora meglio dagli antichi monasteri e dai piccoli rifugi, dai resti di dimenticate città e dall’eco di passate leggende che segnano il territorio del Parco Naturale dei Monti Aurunci.

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I Monti Aurunci, insieme ai Monti Lepini e ai Monti Ausoni, costituiscono la porzione sud-occidentale della piattaforma carbonatica “Laziale-Abruzzese”, una struttura geologica che si estende per circa 1.230 kmq con le medesime caratteristiche litologiche e morfologiche.

L’assetto geologico attuale di questo territorio è il risultato di una lunga serie di eventi che si sviluppano lungo una arco temporale di 150 milioni di anni, dal Giurassico al Paleocene.
L’uniformità degli Aurunci è interrotta dalla Valle dell’Ausente che smembra il corpo centrale dando origine all’estrema propaggine orientale di tutto il gruppo montuoso costituita dai rilievi di Monte Maio (910 m).

I Monti Aurunci si presentano come dorsali e profondi valloni che formano una sorta di altopiano dal quale emergono numerose vette in posizione dominante sulla costa tirrenica con versanti che scendono bruscamente verso Formia, Spigno Saturnia ed Ausonia e degradano morbidamente verso Pontecorvo, Pico, Lenola e Fondi.

Geologicamente di natura carbonatica, il territorio presenta per tutta la sua estensione importanti morfologie legate alla presenza di fenomeni carsici, come doline, anche di grandi dimensioni, cavità e grotte di elevato valore ambientale. Nell’insieme il paesaggio ha forme morbide, degradanti verso Sud e Sud-Ovest ed è articolato in dorsali allungate, separate da aree depresse e incisioni fluviali più o meno incassate.

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Il territorio del Parco racchiude una grande varietà di ambienti, ciascuno caratterizzato da un particolare tipo di vegetazione.

Faggete sono presenti sulla vetta del Monte Faggeto e sui versanti settentrionali del Monte Petrella, come anche a Fossa del Lago dove si può ammirare uno degli esemplari più maestosi di faggio del Parco.

Nel sottobosco si possono apprezzare l’agrifoglio e la dafne della faggeta. Il pianoro di Valle Gaetana è caratterizzata da colonnari alberi di cerro e piante di mele e pere di dimensioni considerevoli.
I castagni accolgono il visitatore all’inizio di Campo di Venza, mentre i boschi di roverella, con il sottobosco arricchito dall’endemica olivella, fanno da cornice al pianoro di Sant’Onofrio e Valle Vona.

Le forti radici del carpino nero, si aggrappano ai versanti con elevate pendenze come quello di Monte Appiolo, mentre quelle del leccio affondano nel suolo sassoso di Monte Tuonaco. Leccete e ostrieti hanno ormai l’aspetto di una boscaglia, dal momento che da secoli sono soggette alla pratica della ceduazione.
Il primato in biodiversità spetta ai boschi misti di querce e aceri che ammantano i versanti di Monte Le Pezze e Monte Trina: con il susseguirsi delle stagioni è possibile osservare piante diverse, dai primi di marzo si susseguono l’elleboro puzzolente e il bucaneve, l’anemone e lo zafferano maggiore, il ciclamino primaverile e la violetta.

Distese di prati ricoprono i grandi pianori carsici di Campello, Polleca e La Valle, dove si incontrano piante particolarissime come il giunco o la rara peonia maschio.

Lungo l’Appia Antica e nella zona della foresta demaniale di Sant’Arcangelo ci si potrà immergere tra i cespugli della macchia mediterranea tra cui spiccano le ginestre, l’albero di giuda e i fiori di mirto. Violette e orchidee crescono sui prati sassosi di Monte Sant’Angelo, Monte Ruazzo e Monte Altino.

Di grande effetto sono le fioriture primaverili della valeriana che tingono di rosa le grigie pareti del Monte Fammera e la Valle del Rio Polleca. Intensi sono i profumi che emanano in giugno, le garighe a salvia ed elicriso che ricoprono i versanti pietrosi di Monte Forte e Monte Strampaduro. Il patrimonio floristico del Parco dei Monti Aurunci si arricchisce di oltre 50 specie di orchidee, tra cui l’appariscente Serapide cuoriforme e l’Orchidea Maggiore, l’Uomo nudo e la Ballerina, cosiddette per le loro forme bizzarre, oppure l’Ophrys bombyliflora che imita nei colori un insetto.

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L’eterogeneo paesaggio del Parco dei Monti Aurunci costituisce l’ambiente ideale per diverse specie animali.

In primavera, i prati, i boschi e le aree coltivate sono animati da una moltitudine di insetti, tra cui due specie di lepidotteri, la Bianconera italiana e la Mnemosine, farfalle comuni sui versanti di Monte Altino e Monte Revole.

Il settore meridionale del Parco è crocevia delle importanti rotte migratrici primaverili e rappresenta un punto di sosta per molti uccelli migratori, come il rigogolo, il cuculo e le rondini. Tra gli uccelli notturni ci sono l’usignolo e il succiacapre, ma anche rapaci come la civetta, il gufo e il barbagianni, l’assiolo e l’allocco. Diversi sono i rapaci diurni come il falco pellegrino e la poiana che nidificano preferibilmente sui versanti scoscesi di Monte Sant’Angelo e Monte Fammera.

Oltre all’avifauna il territorio del Parco è abitato da piccoli rettili come la lucertola comune e il ramarro e da serpenti innocui e alleati dell’uomo nel controllo naturale dei roditori di cui i più comuni sono il biacco e il cervone. Più difficile da avvistare è la vipera che utilizza il suo veleno solo per cacciare le prede o per difendersi dall’attacco di qualche predatore.

Frequente è l’incontro con i mammiferi che di notte osano avvicinarsi ai centri abitati come la faina, la volpe e il misterioso gatto selvatico, che all’alba tornano nel folto degli intricati boschi come quello della Foresta demaniale di Sant’Arcangelo. Nei boschi di Monte Ruazzo e Monte Faggeto si annidano piccoli roditori come il moscardino e il ghiro. Non sono rari i tassi, i cinghiali e le lepri, mentre negli ultimi anni è stato constatato il ritorno di alcuni esemplari di lupo, affascinante animale da tempo scomparso dai monti Aurunci.
Le notti sui Monti Aurunci sono il luogo ideale per avvistare le 21 specie di chirotteri, di cui alcune molto rare. Infine, per scoprire i piccoli anfibi che popolano il territorio degli Aurunci basta avvicinarsi alle sorgenti di Acquaviva, Fontana di Canale, ma anche ai pozzi di Sant’Onofrio o di Vallevona dove sono stati ricreati gli habitat ideali per la riproduzione di tritoni, salamandrine dagli occhiali e rospi.

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Parlare di tradizioni di un’area come quella dei Monti Aurunci profondamente eterogenea non è impresa facile.

I Comuni che oggi costituiscono il Parco Naturale evidenziano differenze e peculiarità fin nel dialetto che in alcuni casi rivelano una natura isolata dei suoi parlanti.

Accenti, tonalità, lessico che spaziano dall’influenza ciociara e dell’agro romano a quella partenopea, fino a trovare, come nel caso del dialetto pontecorvese, un idioma caratteristico e unico per costruzione lessicale, suoni consonantici e regole grammaticali. In altri comuni come ad esempio Pico il dialetto ha perso la propria identità caratterizzante anche grazie allo sviluppo del paese su un asse viario particolarmente frequentato nei secoli scorsi come la Civita Farnese.

Se gli idiomi locali sono facilmente identificabili per microaree linguistiche è evidente una similitudine per quanto riguarda le musiche popolari e l’uso degli strumenti tradizionali tipici del mondo contadino come la zampogna, la fisarmonica, l’organetto e la ciaramella. Anche le danze tipiche sono, se pur con delle varianti, tutte assimilabili alla ballarella, versione locale della più famosa “tarantella”.

L’aspetto portante di questo territorio è legato ad una particolare forma di “transumanza”, quella religiosa. Sono ancora oggi vivi e sentiti i percorsi devozionali verso luoghi di culto, come il Santuario della Madonna della Civita di Itri o quello della Madonna del Colle di Lenola, per non parlare dei pellegrinaggi in cui si spostava l’immagine del Santo in base alle stagioni e ai periodi della pastorizia.

Non mancano particolari tradizioni autoctone che riguardano particolari culti diventati con il tempo sincretici, così come non mancano figure tradizionali che sono parte integrante dell’immaginario collettivo di un territorio, come il Brigante, il più famoso Michele Pezza detto Fra’ Diavolo di Itri o le donne dedite a forme di stregoneria, dette sul versante ciociaro ciarmatrici e sul versante pontino janare, figure che fanno parte di una locale mitologia tramandata oralmente nelle lunghe notti senza corrente elettrica.

Il territorio dei Monti Aurunci si configura, già nel 1700, come terra di confine sospesa tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio. Questa condizione ha influenzato profondamente lo sviluppo e l’identità di coloro che abitavano queste zone montane e, nello stesso tempo, vicine al mare.

L’economia della zona è sempre stata contraddistinta da una capacità di sussistenza, legata ai latifondi e ai contratti di mezzadria. Coloni e braccianti stagionali erano le figure portanti di questa struttura economica che si è protratta fino ai primi decenni del 1900 e addirittura in casi isolati la mezzadria è sopravvissuta fino agli anni ’70 del secolo scorso. Nei borghi dell’entroterra e, in particolar modo nei paesi montani, le attività principali erano legate alla pastorizia e alla produzione casearia, con una particolare propensione alla stanzialità piuttosto che alla transumanza.

Le coltivazioni principali erano condizionate dalle possibilità del territorio sul quale i popoli stanziati sugli Aurunci hanno lavorato modellando le colline e le coste montane con la difficile creazione dei terrazzamenti, sorretti da muri a secco detti “macere” che per lo più venivano utilizzati per la coltivazione degli ulivi e delle viti.

Il territorio dei Monti Aurunci si contraddistingue soprattutto per la varietà di climi e di paesaggi, nei Comuni come Fondi, Itri e Formia la vicinanza al mare e le aree pianeggianti hanno segnato un percorso economico di maggiore rilievo volto alla pastorizia e all’agricoltura intensive, ma anche alla pesca, dando vita a mestieri coordinati come il tessitore di reti da pesca.
Nei Comuni dell’entroterra si sono sviluppate altre capacità, ad Ausonia si è affermata l’attività estrattiva delle cave di marmo di Coreno come è ben rappresentato dal Museo della Pietra, mentre a Pontecorvo la coltivazione del tabacco ha dato vita ad una economia florida che ha visto una sorta di industrializzazione ante-litteram dell’attività agraria. La profonda influenza sui costumi e sui mestieri che la coltivazione del tabacco ha avuto sul territorio pontecorvese è testimoniata nelle sale del Museo del Tabacco.

Un discorso a parte merita l’artigianato locale, un aspetto caratteristico della vita dei borghi dell’entroterra, con figure entrate nell’immaginario tradizionale come il fabbro, il ciabattino, le ricamatrici e le merlettaie, i vetrai e i falegnami, e soprattutto “gli strammari” uomini e donne che lavoravano insieme alla realizzazione di manufatti di uso comune utilizzando l’ampelodesma, nei dialetti locali chiamata “stramma”, mestiere recuperato e valorizzato dal Parco dei Monti Aurunci.
Tra i mestieri scomparsi, quello dei “cannatari” pontecorvesi, artigiani che lavoravano la terracotta per farne anfore dette “cannate” e vasi, utensili di uso domestico e pignatte per la cottura dei cibi. Un intreccio di sapienze e abilità diverse influenzate dal territorio e dalle possibilità che esso offriva.

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NON SOLO NATURA

Questo potrebbe essere l’invito sempre aperto a tutti coloro che vorranno visitare l’area dei Monti Aurunci. Le bellezze naturalistiche, la straordinaria varietà dei paesaggi, rivelano altre ricchezze e altri patrimoni, culturali e storici che passano anche per i sapori e i profumi di una sapienza eno-gastronomica che affascina e conquista anche i palati più esigenti.
I prodotti tipici che hanno contraddistinto la dieta mediterranea sono gli ingredienti che rendono unica l’arte culinaria aurunca.

Oggi, come un tempo, si rinnova la tradizionale attività agro-zootecnica ed ecco i prodotti del Parco, una varietà di sapori che vanno dal miele all’olio di oliva passando per il peperone cornetto fino alle carni pregiate, senza trascurare i vini come il cecubo di Fondi, noto fin dai tempi degli antichi romani. Prodotti dalle grandi qualità che sono alla base di una sapienza culinaria eterogenea e ricca.

Il Miele

Il dolce nettare prodotto dalle api costituisce uno dei prodotti tipici del territorio aurunco. Il “millefiori” degli Aurunci viene prodotto da giugno a settembre ed è immagazzinato dalle api nelle arnie (cassette in legno realizzate per contenere un intero sciame di api) disseminate in tutto il territorio del Parco dei Monti Aurunci. La produzione di miele millefiori è favorita dalla presenza di una notevole e straordinaria varietà di specie di piante che caratterizza questo territorio, più di 1900, molte delle quali abitualmente utilizzate dalle api; si passa, infatti, dai fiori della ginestra e dell’erica, a quelli del mirto, del corbezzolo, del carrubo, specie presenti nella macchia e nella foresta mediterranea, fino al castagno e al tiglio, oltre a tante altre specie arboree ed erbacee (come la salvia ed il timo) presenti a quote più elevate e nelle estese praterie delle zone più interne del Parco.
Tutte le varietà di miele degli Aurunci hanno comunque caratteristiche peculiari, sia dal punto di vista organolettico che nutrizionale: di particolare interesse la varietà di miele ottenuta dai fiori di agrumi, caratterizzata da aromi unici, e prodotta soprattutto nella zona di Fondi dove sono diffusi estesi aranceti. Il miele è composto prevalentemente da fruttosio e glucosio, contiene, inoltre, acqua in minima quantità oltre ad alcuni enzimi e oli essenziali per un alimento con un valore calorico pari a 3307 cal/kg; è un alimento energetico, sano e facilmente digeribile.

Il Pane

La fragranza del pane è il segreto del tipo cosiddetto “casareccio”, che viene tuttora prodotto da diversi forni in tutti i comuni del Parco dei Monti Aurunci, ha tre elementi che lo differenziano dal comune pane bianco: la farina di grano che contiene tutte le parti del chicco; il lievito naturale, chiamato nel territorio del Parco “criscito”, che viene rinnovato quotidianamente dalla panificazione del giorno precedente; il forno a legna che, grazie alle proprietà termiche dei mattoni di argilla, rilascia lentamente il calore consentendo la cottura graduale del pane a partire dal suo interno fino alla “crosta” esterna. Tra i più noti il pane di Esperia e il “Pane alle olive di Spigno” che prevede l’aggiunta di olive nere all’impasto.

L’Olio

La densità, la limpidezza ed il colore sono alcuni degli elementi in base ai quali si stabilisce la qualità di un olio. Con l’olfatto si possono percepire l’intensità dei profumi e anche le particolarità delle singole cultivar, sentori che spaziano dal fruttato al vegetale, al floreale, fino alle note speziate e più complesse.
L’olio che si produce nei territori dei dieci comuni del Parco deriva dalla trasformazione monovarietale delle drupe della Cultivar Itrana. Questa cultivar, a doppia attitudine (olio – olive da mensa), consente la produzione di due olii extravergini. Il primo, ottenuto da drupe appena “invaiate” e raccolte da metà novembre a tutto dicembre, si caratterizza per il colore giallo-verde, per la trasparenza appena velata, per il sapore deciso e per il gusto di frutti amari (mandorla, mela annurca, carciofo e pomodoro verde), con note di erbe selvatiche. Il secondo, ottenuto da drupe giunte a piena maturazione (marzo), si caratterizza per il colore giallo oro, per la trasparenza e limpidezza, per il sapore morbido ed il gusto di frutti maturi con note floreali.

Il Vino

I vini bianchi si presentano con spiccate note floreali e di frutta matura all’olfatto, al gusto decisamente sapidi con buona ampiezza. I vini rossi si presentano con profumi tipici della macchia mediterranea e sentori di bacche prima acerbe e via via, in base all’invecchiamento, mature, con colorazioni rosso rubino profondo e di buona limpidezza, sempre equilibrati e decisi nella struttura.
I territori compresi fra il Monte Massico e la pianura di Terracina, fino alle prime pendici dei Monti Aurunci, sono luoghi ideali per la produzione di uve di qualità, sia per le favorevoli condizioni climatiche, versanti soleggiati e ventilati, sia per le caratteristiche del suolo. I terreni, costituiti prevalentemente da calcari sciolti, sono ideali per la produzione di uve ad alto contenuto di zuccheri e quindi per l’ottenimento di vini di buona gradazione alcolica.

La Cicerchia

È una pianta erbacea annuale (Lathyrus sativus), simile alla pianta di ceci. La sua coltivazione non comporta particolari attenzioni, si semina a primavera, si raccoglie ad agosto, non richiede concimazioni ed è resistente a temperature basse e alla siccità. Il seme della cicerchia è simile ad un cece schiacciato, di colore bianco, con un dolce retrogusto di piselli e fave; è una importante fonte proteica, ricca di vitamine (B1, B2, PP), calcio, fosforo e fibre, che sembra contribuire in maniera significativa alla longevità degli abitanti di Campodimele.

Il Peperone

Il peperone di Pontecorvo, particolarmente adatto alla lunga conservazione, di facile digestione e nutriente, è un peperone appartenente alla varietà “longum”, di forma cilindro-conica allungata, di colore rosso intenso, trilobato; pesa dai 160 ai 180 gr. ed è lungo dai 16 ai 22 cm, per la 1a scelta. La buccia e la polpa sottile ma di elevata consistenza, conferiscono al prodotto una elevata sapidità e digeribilità al tempo stesso. Fenologicamente la pianta mostra un medio sviluppo, con notevoli ramificazioni. Il frutto è ricco di sali minerali, calcio, fosforo e potassio ed è ricco di vitamine A, Bl, B2 e C.
Oltre ad essere nutriente è anche gustosissimo, il sapore dolce e croccante della varietà ne consente sia il consumo fresco che la conservazione mediante diverse ricette tradizionali. Il comprensorio di coltivazione è quello denominato “Valle del Liri” in quanto attraversato dall’omonimo fiume.
L’origine alluvionale dei terreni e la buona fertilità degli stessi, risultano particolarmente indicati alla coltivazione del “Peperone di Pontecorvo” conferendogli una qualità superiore.
La presenza, inoltre, nei terreni di coltivazione di microelementi, riconducibili ai materiali vulcanici e piroclastici originati dalle attività dei complessi di Roccamonfina e della Valle Latina, associata alle ripetute esondazioni dei corsi d’acqua della zona, creano delle condizioni straordinariamente favorevoli a questa coltura conferendo alle bacche caratteristiche organolettiche uniche.

La Salsiccia

La salsiccia di carne di puro suino paesana dei Monti Aurunci è realizzata utilizzando preferibilmente carni di suini locali, allevati tradizionalmente nel territorio aurunco con il sistema semibrado, alimentati in autunno con ghiande di leccio e di altre querce, con radici e bulbi che abbondano nei boschi del Parco, con dieta integrata da carrube, frutta, pastone di crusca e granone. Viene confezionata in “serte” lunghe anche un metro, di forma cilindrica, mediante il riempimenti di budella animali. All’aspetto si presenta, da fresca, di colore rosso vivo, con screziature bianche per la presenza di grasso; dopo l’affumicamento e/o l’essiccamento, è di colore rosso scuro con appannamento delle macchie bianche.
La salsiccia di fegato di puro suino paesana dei Monti Aurunci è realizzata con metodi altrettanto tradizionali, utilizzando il fegato, la milza, il cuore, parte dei polmoni. Si presenta con colore tipico rosso fegato scuro. Due delle caratteristiche distintive che caratterizzano la produzione, sia della salsiccia di carne che di quella di fegato, da un paese all’altro del Parco, conferendogli peculiarità organolettiche e tipicità, sono le modalità di aromatizzazione e le tecniche di essiccazione.

La Marzolina

La marzolina è un formaggio di forma cilindrica allungata con pezzature che variano dai 70 ai 250 grammi, ed è realizzata esclusivamente con latte di capra. Può essere consumata fresca, di sapore delicato, o stagionata; in quest’ultimo caso ha un sapore intenso, piccante e deciso che viene valorizzato in abbinamento con vini rossi corposi (ad esempio l’Olivella di Esperia o il Cesanese del Piglio). Di colore bianco ambrato quella fresca, più scura quella stagionata.

Le Olive

Nel territorio dei comuni del Parco è ampiamente diffusa la cultivar itrana, una varietà di oliva a duplice attitudine utilizzata sia per la spremitura, sia come oliva da mensa. Il periodo di raccolta varia da novembre (oliva bianca o cangiante) a tutto aprile (oliva nera). È un’oliva un pò speciale e la sua fama fin dal rinascimento ha superato i confini del suo areale di produzione. In questi ultimi anni come oliva da mensa sta ottenendo lusinghieri apprezzamenti in importanti manifestazioni e fiere agroalimentari in tutta Italia.

Le Carni

Allevato secondo sistemi tipici dell’area, il vitellone aurunco ha ottenuto negli ultimi anni il riconoscimento di prodotto “tradizionale” del Lazio, degno della protezione della qualità di origine. Le carni bovine aurunche provengono da allevamenti molto naturali e territoriali. Le mandrie, infatti, si muovono dai pascoli ai boschi protetti con piccole transumanze locali, dalle colline litoranee cespugliate verso l’interno del massiccio montuoso e boscoso degli Aurunci.
La loro dieta si compone prevalentemente delle specie foraggiere autoctone a cui si aggiungono fieni misti e soprattutto cereali sia nella fase di massimo accrescimento dei giovani sia in quello di affinamento. Questi ultimi sono indispensabili nell’alimentazione del Vitellone di Itri o Aurunco se si vuole arrotondare il vigore e l’irruenza delle sue carni, “grani” utili ad addolcire la sua fibra senza per questo temere di perderne la sapidità e l’aroma tipico che si deve alla salubrità dei pascoli naturali, dell’acqua e dell’aria che si respira sui Monti Aurunci. Il contenuto di grasso non è mai eccessivo ben distribuito all’interno e all’esterno del muscolo grazie all’attività che il vitello esercita per molti mesi insieme alle mandre nel suo andare per pascoli e boschi.

FONTE:

Per maggiori informazioni sulla natura che ci circonda vi invitiamo a visitare anche il sito della
XVII COMUNITA’ MONTANA “Monti Aurunci”

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